Anno 2020: Pandemia e Smart Working

Da quando è iniziata l'emergenza Covid-19 ogni volta che apro LinkedIn i primi post che mi vengono proposti sono quelli di aziende  che raccontano quanto sia bello e produttivo lavorare in modalità Smart Working. Screen shot di videochiamate corali, in cui tutti sorridono e sono felici! La cosa che mi sta meravigliando  però, è che tra questi i nuovi sostenitori dello smart working, ci sono volti che fino a qualche mese fa sostenevano la necessità per motivi di produttività, di orari rigidi di ingresso e uscita dagli uffici. 

Che lo smart Working fosse uno strumento per migliorare di sicuro la qualità della vita e conseguentemente anche l'efficienza e la produttività di un dipendente, io ho avuto la fortuna di viverlo già da quasi due anni, grazie all' azienda per la quale lavoro attualmente.

La mia seconda maternità è stata, infatti, l'opportunità che mi ha dato il coraggio di chiedere la possibilità di lavorare la casa. Un ambiente di lavoro che ha sempre avuto grande fiducia e stima nei miei confronti, ed una gestione dell'HR lungimirante mi ha concesso la possibilità di rientrare dal lavoro quasi subito dopo la conclusione del periodo di maternità obbligatoria,  lavorando in smart working. Per me,  sin dal primo giorno, il lavoro agile, ha significato lavorare da casa con l'entusiasmo e la voglia di riuscire nel mio lavoro, che ho sempre avuto, ma anche avere la possibilità di essere costantemente presente nella vita dei miei figli. E così che ho cominciato a pensare che essere felici si può.

Una cosa che dall'altro lato molti stanno scoprendo è invece che lavorare da casa, se non ci sono forti motivazioni può trasformarsi in un piccola gabbia. E se io ho sempre avuto l'obbligo/facoltà di andare in ufficio con cadenza almeno settimanale, e quindi ho avuto sempre la possibilità di ri-collegarmi live con i colleghi con i quali ero quotidiamente in contatto, in questo periodo di isolamento forzato, avverto quanto sia difficile riuscire a sentirsi vicini e coinvolti, quando gli unici momenti di condivisione sono solo online. Non oso immaginare quanto lo sia per chi era abituato al quotidiano appuntamento del caffè con i colleghi.

Non dimentichiamo poi che anche i nostri figli stanno sperimentando la pseudo didattica a distanza, e quindi oltre a dover trovare un nuovo modo di organizzare il proprio di lavoro, molti genitori, specie se di bambini piccoli, sono anche dovuti diventare maestre e maestri. E così se da un lato c'è una parte del mondo produttivo che è stato obbligato a fermarsi, dall'altro ci siamo noi nuovi e vecchi smart-worker,  che abbiamo dovuto riorganizzare il nostro equilibrio vita-lavoro, con le nuove esigenze scolastiche dei figli e con la condivisione dei nostri spazi di lavoro, con altri membri della famiglia. 

Da quell'8 marzo 2020, è passato quasi un mese, e la quarantena è stata ancora prolungata. In queste settimane, tutti hanno scoperto che si può lavorare in modo smart. Gli strumenti esistono. Occorre adesso evolvere la mentalità di dipendenti e aziende, affinchè da un lato  metodologie e processi possano ottenere il massimo dal lavoro agile, e dall'altro lato si possa creare un reale rapporto di fiducia e stima reciproca tra lavoratore e azienda.

Quello che mi chiedo dunque è: adesso che si è scoperto il valore umano e produttivo che ha questa modalità di lavoro, diventerà la normalità o un ricordo, quando questa terribile esperienza legata al Covid-19, passerà?

 

 

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